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Il mare è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita

A quei tempi la televisione era in bianco e nero e c’era solo un canale. Ti prendevi quello che passava la casa oppure andavi a giocare a soldatini per strada. Informazione ingessata, va da sé, programmi contingentati. Il massimo della vita era Rischiatutto con Mike Bongiorno di giovedì e Canzonissima il sabato. Fine.

Capitavano però a volte delle perline.

Una di queste fu un documentario sulla povertà. C’era un bambino, della mia stessa età, che viveva in una borgata romana. Come lui ce ne erano centinaia, forse migliaia. C’era un tizio che lo intervistava e gli faceva domande sulla sua semplice vita. Un minimo di scuola, giochi tra marane e vecchi copertoni, un altro valore dell’amicizia e dei rapporti umani. A suo modo era felice.

Poi ecco il botto:
«Ma l’hai mai visto il mare?».
«No».
«Ti piacerebbe vederlo?».
«Sì».

E via in macchina sulla Cristoforo Colombo verso Ostia e il litorale, dove quel bambino vide il mare.

Ho un ricordo vivido. Di quel bambino che fino a quel momento era stato felice di raccontare i suoi giochi inventati e la semplicità di un pane acqua e zucchero. Quel bambino, davanti al grande mare, impazzì.

Cominciò a correre lungo la spiaggia, incredulo e col viso stravolto, correva su e giù come un robottino fuori controllo. Lo sguardo che non riusciva ad abbracciare uno spazio così pieno e vedere un orizzonte così lontano. Correva e non sapeva dove andare, una corsa senza meta con un urlo strozzato in gola. Faceva male vederlo.

Quel giorno conobbi il significato della parola ingiustizia. Ero povero, ma il mare l’avevo visto e pensare che ci fosse qualcuno più povero di me, così povero da non poter andare neanche a vedere il mare, beh, nei miei pensieri di bambino lo trovai veramente ingiusto.

Dopo mezzo secolo non ho cambiato idea.

 

Il titolo è una citazione di Herman Melville, la fotografia è presa da Pixabay.com

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