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Essere Will Smith

Un bel po’ di anni fa uscì questo film con Will Smith. Si chiamava “la ricerca della felicità” o qualcosa del genere, il regista era Muccino. Non un gran film, ma aveva spunti interessanti.

In breve raccontava le peripezie di un tizio, Will Smith appunto, che da disoccupato cercava tenacemente un lavoro. In una Los Angeles sorda alle richieste di uno che non ha neanche una carta di credito, perché gli Usa sono così, il povero Will si sbatte con un figliolo a carico (la mamma mica mi ricordo che fine aveva fatto) trascinandoselo dietro, lasciandolo a un asilo clandestino gestito da cinesi, riportandolo a casa la sera in braccio addormentato. Giorno dopo giorno.

Il film valeva poco, ma questo rapporto padre figlio mi era piaciuto molto. Lo sbattimento, i sacrifici, l’amore genitoriale, era un bel profilo.

Mi torna in mente questo film il lunedì, il mercoledì e il venerdì alle 14.40. In questi giorni io, da padre separato, vado a prendere mia figlia a scuola elementare alle 13.30 e la porto dalla nonna. Quindici minuti di macchina. Poi schizzo via, parcheggio, prendo due metro e alle 14.40 sono alla mia fermata. Da lì al lavoro sono 6 minuti a piedi, il che significa che, al netto dei ritardi della metro, ho 14 minuti per pranzare.

Seduto su un sedile di plastica nera della banchina, apro il gavettino e mangio quello che, molte ore prima, mi sono preparato. E quando passano i treni e la gente scende, mi sento un poveraccio, come lo era Will Smith.

Ma c’è una cosa. Quei quindici minuti in macchina con mia figlia, ecco, quei piccoli quindici minuti, sono il nostro mondo. È un rapporto che cresce. Lei impara da me, io da lei. Le spiego alcune cose, mi racconta la sua giornata. Ci confrontiamo e rinsaldiamo e rendiamo più forte il legame padre-figlia che giorno dopo giorno manteniamo vivo.

E anche se mi sento un poveraccio, se la gente che passa mi guarda con compassione su quella cazzo di banchina lercia, ecco, quei quindici minuti non me li leverà mai nessuno. Per me e per mia figlia.

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