biscotto

La mia vita per un biscotto (e viceversa)

Una volta mi hanno offerto un biscotto che poi mi è caduto. Eh, cose che succedono e che vedi un po’, cambiano la vita. E non solo a me, a cascata a tutta una serie di persone che ruotano intorno alla mia esistenza e a quella di chi il biscotto me lo ha offerto.

È successo che ero in questa casa, in questa cucina, dovevamo parlare di lavoro ma prima ci siamo concessi un tè. Era inverno, faceva freddo, il buio fuori dalle finestre, l’umido che cercava di entrare.

L’imbarazzo della prima visita, il cercare di conoscersi attraverso piccoli rituali. Non sono un appassionato di tè, ma lei mi offrì in tè nero e non seppi dire di no. Mi piaceva il nome, sapeva di proibito. Poi mi offrì dei biscotti e uno mi cadde.

Pum (rumore di biscotto che cade).

L’ho raccolto e mentre diceva «mettilo qui che te ne dò un altro» ci ho soffiato sopra e l’ho mangiato. Strana la vita, strani gli incontri. Senza quel biscotto chissà. Perché è così che è andata, mesi dopo mi ha confessato che con quella serie di gesti (raccogliere, soffiare, mangiare) l’ho conquistata.

Quando ci ripenso, mi tornano in mente i rituali da adolescente quando mi preparavo per andare alle feste o uscire in comitiva con amici e amichette. La maglietta preferita portafortuna stirata e intoccatta da settimane. Lavato, shampato, phonato e profumato come un damerino. Mutande strapulite perché non si sa mai. E poi non succedeva mai nulla, sia chiaro.

Ci ripenso a questi rituali e alla loro inutilità. E alla casualità di un gesto. Da quel paio di secondi, in una cucina d’inverno, sono cambiate molte vite. La mia e la sua in primis. Quella degli immediati vicini e a cascata quella di tutte le persone che poi abbiamo incontrato per periodi lunghi o solo per esili istanti. L’impiegato dell’agenzia immobiliare per esempio, senza quel biscotto non avrebbe un appuntamento mercoledì alle 11 in via tal dei tali. Forse starebbe in ufficio, forse con altri clienti. Ma non lì. E come lui centinaia di persone le cui esistenze hanno preso una piccola piega in una direzione invece che in un’altra.

Questa apparente casualità delle cose fa pensare molto. È un qualcosa di così grande e incontrollabile che non può non affascinare, anche se non se ne tiene ma conto. Mi fa sempre ridere per esempio quando un allenatore di calcio si lamenta con cose tipo «se l’arbitro ci dava rigore, invece di perdere 1-0 avremmo pareggiato». E chi lo ha detto? Chi lo ha deciso? Magari il portiere parava, magari l’attaccante lo tirava sul palo. Magari invece di perdere 1-0 dopo prendevi altre tre pere e finiva 4-1.

Ci penso a quel biscotto. Progetto, lavoro, faccio sì che… ma so che alla fine qualcosa di più grande e indiscutibile decide la strada.

La via è segnata, sempre e per tutti, noi ci possiamo solo sguazzare dentro.

 

Questo racconto è una storia vera, ed è un omaggio a colei che si è fatta conquistare, e mi ha conquistato, con un biscotto.

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